Il blog di Vino e Dintorni

Archive for the ‘Appunti di viaggio’ Category

Dagli scacchi di Marostica alle grappe di Poli

Cronaca di una giornata passata a “giocare” a scacchi viventi nella piazza, famosa in tutto il mondo, di Marostica e finita a degustare le Grappe di Poli a Schiavon

marostica

 

Fossimo stati in una compagnia più numerosa avremmo potuto giocare una partita a scacchi davvero divertente e… gigante.
La nostra nuova meta è infatti stata Marostica, un comune in provincia di Vicenza, ai piedi delle prealpi venete, noto in tutto il mondo per la sua grande piazza a scacchi, dove ogni due anni e, in particolare, in quelli pari, nel secondo fine settimana di settembre si svolge la famosissima partita a “scacchi viventi” in costume.
Dal 1923, in quest’occasione, oltre 550 figuranti in costume medioevale, cavalli, armati, sbandieratori, guitti e sputafuoco, dame e gentiluomini, fanno da cornice al gioco degli scacchi, che rappresenta la sfida di Rinaldo d’
Angarano e Vieri da Vallonara, due giovani rampolli della città che, nel 1454, si innamorarono della bella Lionora. Taddeo Parisio, castellano di Marostica e padre di Lionora, proibì la sfida a duello e, per conquistare la mano della figlia, ordinando ai due giovani di sfidarsi nel “Nobil Ziogo de li scacchi”.
Cittadina di grande fermento culturale e dalle mille manifestazioni, che si susseguono ogni domenica nella Piazza degli Scacchi sotto l’ala protettiva della fortezza, Marostica è anche “Città delle cilieghe”. Qui, infatti, vengono coltivate le famose Ciliegie Igt.
Da Piazza degli Scacci, un ripido sentiero a scalini detto “passeggiata dei Carmini” porta al Castello Superiore di Marostica, dalla cui piazza d’armi  si può godere di uno dei più spettacolari orizzonti veneti.
In realtà rinunciamo alla fatica, limitandoci ad apprezzare il panorama da una cartolina. A chiamarci, infatti, è la strada. In programma c’è una visita alle Distillerie Poli, che si trovano a Schiavon, a solo 6 chilometri da Marostica.
Quella di Poli è una distilleria storica, nata nel 1898 e dove la tecnologia e la modernità, pure presenti, continuano a fare la storia di questa famiglia nel pieno rispetto della tradizione. In fase di produzione, infatti, ancora è utilizzato lo storico alambicco a vapore delle Distillerie Poli, fra i più antichi ancora in funzione, composto da caldaiette completamente in rame.

Con la degustazione, ovviamente, ci andiamo piano, visto che poi dobbiamo rimetterci in strada per il rientro. Così ci “limitiamo” alla degustazione di Sarpa, che in dialetto veneto significa “vinaccia”, ovvero la parte solida dell’uva che viene utilizzata per produrre la grappa. La Sarpa di Poli nasce dalla distillazione di uve Cabernet (40%) e Merlot (60%) provenienti dai colli di Bassano ed è caratterizzata da un bouquet delicato e floreale. Grappa giovane, delicata sul palato ma persistente, la Sarpa – di cui esiste anche la Riserva, invecchiata 4 anni in botti di rovere - ha una sottile fragranza di ginepro.
Tra le numerose altre grappe derivate da uve diverse – tra le altre, Pò di Moscato, Pò Elegante di Pinot, Pò di Merlot – scegliamo di degustare la Pò di Traminer, una grappa aromatica realizzata con vinaccia di uva Gewurztraminer dell’Alto Adige, dall’aroma balsamico, con sentori di resina, spezie e pepe e dal gusto pieno, deciso e persistente

Puoi trovare le Grappe Poli direttamente al nostro sito www.vinoedintorni.com

Il Forte di Bard e i vini di Les Crêtes

Altra gita fuori porta. Stavolta l’obiettivo è la Valle d’Aosta e, in particolare, il Forte di Bard ma, su consiglio di un ristoratore, concludiamo la giornata alla scoperta dei vini di altura di Les Crêtes, ad Aymavilles

il forte di bard

Lasciata la A5 Torino-Aosta-Monte Bianco a Verrès, seguiamo la statale e il Forte di Bard ci si impone maestoso e inconfondibile, dopo aver passato il paese di Donnas
I cartelli, i nomi dei poesti, le stesse insegne delle farmacie e delle altre attività commerciali, tutto fa pensare di essere in Francia. E invece no. Questo è un angolo meraviglioso della nostra Italia, che però, nell’animo, si sente molto francese.
Imponente è l’aggettivo che meglio definisce questo forte medievale che, in realtà, si presenta al visitatore nella struttura che fu riedificata sotto il regno di Carlo Alberto di Savoia, tra il 1830 ed il 1838, su una preesistente struttura medievale risalente al X secolo, a sua volta basata su fondamenta di epoca romana.
Il Forte di Bard, infatti, deve la sua fama all’essere stata l’avamposto difensivo dell’esercito austro-piemontese che nell’anno 1800 rallentò la discesa in Italia di Napoleone Bonaparte. Un grosso affronto per Napoleone che il 14 maggio 1800 varcava il passo del Gran San Bernardo convinto di sorprendere l’esercito austro-piemontese di stanza nella pianura padana. La marcia fu però bloccata dalla fortezza che sovrasta la gola della Dora Baltea, custodito da quattrocento soldati austro-croati contro i quarantamila uomini dell’Armata di riserva francese.
Tant’è che, quando capitolò, dopo un assedio di due settimane, Napoleone per stizza lo fece radere al suolo.
Attualmente il Forte ospita esposizioni di pittura e di scultura lignea ed è sede del Museo delle Alpi, il polo museale delle Alpi occidentali.
Dopo una giornata passata in questo paesaggio aspro e immenso, su consiglio di un ristoratore, che ci ha deliziati con i formaggi di altura, raggiungiamo Aymavilles. Ad accoglierci è una caratteristica collina, detta del Côteau la Tour, dominata dalla sua torre medievale abitata sino al secolo scorso da un’eremita del villaggio, oggi simbolo dell’azienda Les Crêtes, che produce vini d’eccellenza di altura.
Noi conosciamo già bene questi vini, ma è bello riscoprirli nel loro luogo naturale: il rosso e floreale Torrette Vigne Les Toules, che si ricava dal vitigno Le Petit Rouge, uno dei più diffusi e dei più antichi della Valle D’Aosta; il Coteau La Tour, rosso e speziato, che nasce dalle uve di Syrah coltivate sulla tipica collina; il Fumin Vigne La Tour, prodotto dal vitigno Fumin, salvato da estinzione certa dai “vignerons” valdostani e che vive oggi una fase di grande rilancio. Sono tutti vini d’altura che nascono da territori non facili e raggiungono picchi di eccellenza, come anche i bianchi: lo Chardonnay, pura espressione dei “terrori” di montagna; il Cuvée Bois, dalla complessità olfattiva e dal perfetto equilibrio, e il Petite Arvine Vigne Champorette, così chiamato per via dei piccoli acini che costituiscono il grappolo, la cui paternità è contesa tra Svizzera e Valle d’Aosta.

VINI LES CRETES - Aymavilles (AO)

Portofino, San Fruttoso e Rapallo: tra focacce e pansotti al sugo di noci

Un fine settimana sul Golfo del Tigullio, tra bellezze artistiche, naturali e… culinarie.

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PORTOFINO

Decidiamo di partire all’ultimo minuto, così l’unico albergo che riusciamo a prenotare il giorno prima a un prezzo accessibile è a Cavi di Lavagna, a circa 24 chilometri da Rapallo, ma con la macchina non è un problema.In realtà di positivo c’è che a Cavi incontriamo una delle poche spiagge abbastanza ampie di questa zona, così ci concediamo una prima giornata di sole, prima di raggiungere Rapallo nel tardo pomeriggio.A livello storico la località è celebre per essere stata la sede di due importanti trattati di pace: uno tra Regno d’Italia e Regno di Jugoslavia nel 1920, l’altro tra la Repubblica di Weimar e l’Unione Sovietica nel 1922.èIn realtà sembra più che altro una piacevole cittadina con un turismo di un certo livello che, dai bei negozi del lungo mare verso Santa Margherita Ligure, passeggia fino alla piccola fortezza sul mare, costruita dopo la strage compita nel 1549 dal pirata Draugt.Durante la giornata di sole, il nostro pasto sono state le varianti della famosa focaccia ligure: un pezzo di focaccia alla cipolla, uno al formaggio, uno al pesto e l’altra ai pomodorini.La sera invece è l’occasione per gustare la torta Pasqualina ai carciofi, un antipasto fatto con pastasfoglia, uova, verdure e formaggio, seguita dalle Trofie al pesto e da un fritto di pesce. Il tutto annaffiato da un Vermentino del Golfo del Tigullio, un vino giallo paglierino dai riflessi verdognoli, dal sapore delicatamente fruttato. Piacevolissimo in questa serata primaverile.La domenica inizia invece con una meta artistica. Da Rapallo prendiamo il traghetto che ci porta a San Fruttuoso, raggiungibile solo da mare o tramite un intreccio di lunghi sentieri, dove vogliamo visitare l’Abbazia omonima, patrimonio del Fai.

Prima convento monastico e poi dimora di pescatori, l’Abbazia domina questo borgo marinaro arroccato in una profonda insenatura nella frastagliata costa del Promontorio di Portofino. Arrivarci dal mare are è veramente suggestivo e la spiaggia antistante, sebbene molto piccola e di pietre, porta a un mare dal colore verde smeraldo.
Il nostro pranzo stavolta non pu
ò che essere la famosa farinata, la tipica focaccia bassa preparata con farina di ceci, acqua, sale e olio di oliva.
Riprendiamo il battello e stavolta facciamo tappa a Portofino e scopriamo il motivo di tanto successo da parte di questo piccolo borgo di pescatori diventato meta vip per eccellenza. Inserito in un’insenatura selvaggia, tra rocce spioventi e una vegetazione marina fittissima, con le sue case arroccate e colorate di rossi, gialli e ocra  che si affacciano sul porticciolo, Portofino è davvero una perla di rara bellezza.
È qui che decidiamo di trascorrere il resto della nostra giornata e, contro ogni previsione, rimandiamo la partenza a dopo cena, che consumiamo di nuovo a Rapallo, fermamente intenzionati ad assaggiare i pansotti con sugo di noci, i tipici ravioli di verdure e formaggio della zona.
La serata è abbastanza ventilata e così ci facciamo facilmente convincere dall’oste a degustare il Golfo del Tigullio Ciliegiolo, un rosso di buon corpo, dal sapore fruttato intenso e persistente

Castell’Arquato, tra Medioevo, pisarei e gutturnio

Una domenica alla scoperta della storia e della tradizione enogastronomica dell’antico borgo alle porte di Piacenza.

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CASTELL’ARQUATO

Altra domenica di sole, altra gita fuori porta. Stavolta la meta è Castell’Arquato, bellissimo porgo medievale arroccato su una collina delle prime alture della Val D’Arda, a circa trenta chilometri dal capoluogo Piacenza e poco di più da Parma.
Entrare a Castell’Arquato è come fare un tuffo nella storia, a partire dal basso paese, dove l’imponente Torrione Farnesiano fa bella mostra di sé e ancora nasconde, pare, il mistero di passaggi e cunicoli segreti. Accanto si erige il Palazzo del Duca con l’omonima fontana, mentre proseguendo la salita e prendendo la via chiamata “Solata” appare la maestosa Rocca Viscontea, costruita per scopi militari anche se, in epoca più recente, fu adibita a carcere.
Dalla Rocca una vista mozzafiato abbraccia la Piazza Monumentale con la Collegiata e il Palazzo del Podestà e la collina che domina la pianura sottostante a perdita d’occhio.
Ma Castell’Arquato non è solo arte e storia. Qui la cultura della vite e la produzione di vino hanno sempre rivestito una grande importanza fin dall’antichità.
Quattro sono i vini tipici di Castell’Arquato:
-                                  Il Monterosso, dal colore paglierino o giallo leggermente dorato e dal profumo delicato. Un vino secco o amabile, vivace o frizzante, anche spumante-                                  Il Gutturnio dal colore rosso rubino di varia intensità, di limpidezza brillante e dal profumo vinoso. Il suo sapore è asciutto o amabile, talvolta vivace o frizzante-                                  Il Bonarda sempre dal colore rosso rubino e ciclamino intenso. Ha un sapore tendenzialmente amabilie o dolce, con un caratteristico profumo di mandorla, leggermente tannico o frizzante.-                                  L’Ortrugo dal colore paglierino chiaro, tendente al verdogonolo e dal profumo delicato caratteristico. È un vino dal sapore secco o appena abboccato, con retrogusto amarognolo. E come sempre, dove c’è un’ottima tradizione vitivinicola, ce n’è una gastronomica altrettanto valida. Lo scopriamo prendendo posto in una trattoria tipica, dove possiamo apprezzare il gusto semplice ma deciso di piatti che traggono origine dalla antica cucina medioevale, arricchita da quella tipica contadina.
Iniziamo con i chisolini, ovvero la torta fritta, tipica di questi luoghi, da gustare con un piatto di salumi tipici, prima di darci al sapore rustico degli Anolini di Castell’Arquato in brodo di cappone e a un piatto di Pisarei, gnocchetti fatti in casa con la farina e il pangrattato conditi con burro, olio, cipolla, fagioli nostrani e salsa di pomodoro con una spolverata di grana e pepe.
Per ovvi motivi di “consistenza” dei piatti, rinunciamo al secondo, non però a una fetta di torta sbrisulona, il tipo dolce povero lombardo, duro e friabile, fatto con farina di mais, strutto e nocciole.
Un po’ appesantiti, ma soddisfatti, non resta che godersi ancora quest’alchimia perfetta tra pietra, natura e storia…

 

Assisi e Siena, la città dell’anima e quella del Palio – parte seconda

Il secondo giorno del nostro week-end prosegue con la visita di Siena, con la sua Piazza del Campo e la sua cucina “povera”, ma non di sapori

SIENA

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La chiamano cucina “povera”? Sicuramente non lo è nei sapori… Quello dell’olio extravergine di oliva, del pane rustico, delle paste con i fagioli e delle spezie usate in abbondanza per condire piatti e zuppe saporiti.
Prima di sederci a tavola visitiamo subito la famosissima Piazza del Campo, dalla famosa forma semicircolare simile alla valva di una conchiglia. Essa rappresenta idealmente il punto di incontro dei tre colli su cui sorge la città di Siena e prende il nome dal fatto che qui, prima del Trecento, esisteva un grande prato.
Resa famosa dal Palio di Siena, Piazza del Campo accompagna lo sguardo al Palazzo Pubblico, detto anche Palazzo Comunale, sovrastato dalla Torre del Mangia.
Il senso di appartenenza incrollabile dei senesi alla propria contrada è palpabile in tutto il corso dell’anno, se ne trovano segni in tutte le vie e nelle sfilate serali della contrada in carica. L’Istrice è la contrada della taverna scelta per gustare una fiorentina di vera chinina come il luogo richiede, accompagnata da un Brunello di Montalcino, un vino straordinario proviene dalle zone più soleggiate di Montalcino, ottenuto usando esclusivamente uve Sangiovese, alle quali è stato poi dato il nome di Brunello per il loro colore rosso scuro.
Continuiamo quindi la nostra visita passando per Piazza del Duomo che accoglie il turista con la meravigliosa visione dell’imponente cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, che sorge su un preesistente edificio sacro, a sua volta costruito su un antico tempio dedicato a Minerva, e dal campanile romanico, a fasce bianche e nere.
La visita di Siena prosegue verso il Palazzo Piccolomini e delle Papesse, il più bel palazzo rinascimentale di Siena, fatto costruire da Giacomo e Andrea Piccolomini Todeschini e residenza della nobile famiglia senese, banchieri della corte papale che fin dal XII secolo e tra le più importanti e influenti della città.
Passeggiando per le pittoresche viuzze di Siena ci imbattiamo infine nella Loggia della Mercanzia, un’opera caratteristica dello stile senese che segna il passaggio dall’epoca medioevale a quella rinascimentale.
Nel rientro, nel corso del terzo giorno, facciamo tappa a San Gimignano che, con le sue 15 torri, compare alla nostra vista come un miraggio tra le colline senesi. In realtà il viaggiatore medievale vedeva ben 72 torri, ma l’atmosfera di questo borgo, a cui si accede da due porte, sembra essersi fermata a quel tempo. Una sola strada principale, contornata da vecchie botteghe artigiane, si arrampica verso la piazza principale di San Gimignano, dove il Duomo e la Chiesa di Sant’Agostino nascondono splendidi affreschi. Purtroppo non c’è il tempo di visitare il Museo della Tortura, dobbiamo riprendere la via del ritorno
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Assisi e Siena, la città dell’anima e quella del Palio – parte prima

Un altro fine settimana dedicato alla visita dei borghi più belli di Italia. Partiamo da Assisi, la città di San Francesco, con la sua forte carica spirituale e il gusto corposo dell’olio di queste terre.

 

ASSISI

 

Dici Assisi, dici San Francesco. Qualsiasi cosa in questa città carica di spiritualità, dove anche le pietre delle case e delle lunghe scalinate che salgono al suo santuario sembrano parlare all’anima.

Non importa se si crede o no. La pace trasmessa da questi luoghi è impagabile. Visitare Assisi significa fare un percorso in se stessi e in un silenzio irreale.

Sin da quando la si avvista arrivando colpisce il colore delle pietre, la luce che sembra abbracciare la Chiesa di San Francesco, arroccata sulla parte più alta di questa cittadina di epoca romana, che lascia però ammirare al visitatore di oggi il suo volto medievale.
La bellezza semplice del Poverello di Assisi pervade questi luoghi e culmina nel piazza della Chiesa che prende il suo nome e in cui si fondono, in un unicum architettonico di estremo fascino, la Basilica inferiore, bassa e austera, a cui si accede attraverso un portale gotico del 200, e la Basilica superiore dall’aspetto gotico, luminoso e slanciato.

Nonostante le vette della Basilica Superiore, a lasciare senza fiato è la Basilica Inferiore, complici gli straordinari affreschi di Giotto e i dipinti di altri grandi artisti che hanno espresso la loro devozione in modo magistrale.

È da qui che si accede alla Cappella delle Reliquie, dove si è inevitabilmente sopraffatti da un intenso senso di spiritualità.
Una curiosità che forse non tutti sanno: la chiesa di S.Francesco sorge nella zona di Assisi che nel medioevo era nota come “colle dell’inferno”, ovvero il luogo che in quell’epoca era destinato alle esecuzioni pubbliche.

Altre chiese meritano l’attenzione del turista che visita Assisi, da quella di Santa Chiara a quella di San Pietro, la prima eretta in forme gotiche fra il 1257 e il 1265, la seconda di poco più antica, decorata da un elegante portale mediano e tre rosoni. Anche il Duomo, dedicato al patrono San Rufino, mantiene inalterata una splendida facciata con sculture e rilievi, mentre l’interno ha subito nei secoli interventi di ricostruzione che ne hanno stravolto l’impianto originario del XIII secolo.
Sulla Piazza del Comune di Assisi, posta sull’antica area del foro, troviamo il Palazzo dei Priori del 1337, il duecentesco Palazzo del Capitano del Popolo e il tempio di Minerva, costruito durante il periodo augusteo con pronao, colonne e capitelli corinzi ancora intatti. Nelle vicinanze sono visitabili i luoghi legati alla vita di San Francesco, come l’Eremo delle Carceri, immerso in un fitto bosco di querce sulle pendici del Subasio, altro luogo di rara intensità spirituale, e il Convento di San Damiano, sorto intorno all’oratorio nel quale la tradizione vuole che il Crocifisso abbia parlato al Santo. Nella pianura, infine, l’imponente Basilica di Santa Maria degli Angeli è stata costruita su progetto dell’Alessi fra il 1569 e il 1679 per proteggere la Cappella della Porziuncola, il povero ritrovo dei primi frati francescani.
In questi luoghi esistono molteplici taverne che sembrano rispecchiare il clima rustico e semplice di Assisi, sia nelle fattezze che nella cucina. Qui l’olio extravergine, con il suo colore giallo dorato con toni verdi, è un protagonista da degustare crudo sul pane per assaporarne il sentore fruttato.

L’altro protagonista della cucina umbra è il tartufo nero proveniente dalla Valnerina e che rende impeccabili le tagliatelle all’uovo, meglio ancora se accompagnate da un buon vino.

Noi scegliamo di pasteggiare con il Rosso e il Bianco Doc di Assisi,  dal colore rosso rubino intenso, il gusto pieno e l’odore fruttato e vanigliato il primo; giallo paglierino con leggeri riflessi verdognoli, profumo gradevole, sapore fresco e leggermente fruttato il secondo

 

Le cinque terre e Porto Venere, isole di poeti, colori e… di buon cibo – parte seconda

Il nostro viaggio continua con un’escursione, faticosa ma appagante, delle Cinque Terre,  con le sue case arroccate sulla collina che si tuffa nel mare, che paiono pitturate da un pittore impressionista.

cinque terre

Lo stupore e la poesia sono le sensazioni dominanti della seconda parte del nostro viaggio, che parte da Levanto per percorrere, nel tempo forse un po’ troppo ristretto di una giornata (due sarebbe l’ideale), l’itinerario pedonale in mezzo alla natura che porta a tutti i cinque pittoreschi paesi che compongono il gruppo delle Cinque Terre: Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore, un paesaggio che è un’immensa opera umana, dove l’architettura stessa si è dovuta piegare a questo ambiente unico, esempio di equilibrio tra uomo e natura.
Cominciamo da Riomaggiore, che colpisce il visitatore con le sue case costruite in verticale e deliziosamente colorate, dal doppio accesso: uno sulla facciata a livello del vicolo, l’altra sul retro all’altezza della strada superiore, secondo una struttura che, nel 1500 garantiva una via di fuga in caso di attacco da parte dei saraceni. Manarola è un affresco dai colori solari, un paradiso di vitigni ed ulivi, le cui prime testimonianze storiche appartengono alla seconda metà del Duecento. Coniglia è un antico borgo romano con una lunga e ricca tradizione agricola e ha la particolarità di essere l’unico paese ad essere quasi inaccessibile dal mare. Per raggiungerlo bisogna salire Lardarina, una lunga scalinata di 377 gradini. Vernazza arroccata su di una maestosa scogliera, Vernazza compare già nelle cronache del 1080 come borgo fortificato e probabile punto di partenze e di approdo delle forze navali impiegate per la difesa dai saraceni. Il borgo medioevale, con i suoi vicoli racchiusi fra le case multicolori, rosa, rosse e gialle, e classificato fra i primi cento borghi più belli d’Italia e vanta un’antica tradizione marinara. Le prime notizie storiche su Monterosso risalgono invece al 1201, quando i signori di Lagneto, proprietari del castello di cui oggi rimangono alcune rovine, stipularono una convezione con Genova che nel 1214 fondò la comunità di Monterosso, ed iniziò a fortificare il borgo per proteggerlo dalle violente incursioni saracene.
È in questo suggestivo contesto che ci dedichiamo ai prodotti del mare tipici della tradizione culinaria di questi luoghi, famosi per le acciughe, nelle varianti, fritte, ripiene e al limone, il novellame di sardine o rossetti, le seppie di scoglio di zimino, il polpo all’inferno. Anche se i veri re delle Cinque Terre sono i muscoli, cozze alla marinara, con qualche goccia di limone e un po’ di prezzemolo, oppure ripieni, con tonno, salumi, formaggio, uova, maggiorana. Caratterizzato da terrazzamenti di vino costruiti al limite delle leggi fisiche, le Cinque Terre è zona nota anche per vini quali il bianco secco da tavola D.O.C. Cinque Terre, e lo Schiacchetrà, pregiato vino liquoroso, prodotto da uva passita. Anche il limoncino è molto diffuso, ricavato dai limoni della zona.
Lo Sciacchetrà si ottiene con le uve vermentino, bosco e albarola, lasciate appassire su speciali graticci al fresco, fino ad autunno inoltrato. Nei chicchi si ha un’alta concentrazione zuccherina. È vino a Denominazione d’Origine Controllata dal 1973, come il Cinque Terre Bianco, ottenuto con le stesse uve, i cui vitigni raggiungono un’ altezza massima di un metro o meno. I vitigni sono favoriti da terreni facilmente permeabile, dal clima mite e dall’esposizione al sole.

Le cinque terre e Porto Venere, isole di poeti, colori e… di buon cibo – parte prima

cinque terre 

Ecco gli appunti di un altro viaggio flash, che sfrutta questi primi weekend di primavera di sole per andare a scoprire nuovi scorci, nuove storie e anche nuovi sapori per i nostri palati. Destinazione… mare, nelle terre predilette da molti poeti, dai colori inconfondibili e dalla ricca tradizione culinaria. 

Sono luoghi dai colori caldi, dove dominano i gialli, i rossi, i mattone e gli ocra. Sono zone di scorci suggestivi e borghi caratteristici a picco sul mare. Il golfo della Spezia si lascia scoprire con meraviglia e non sorprende che questa terra fu fortemente amata da poeti e scrittori come Shelley, Byron, Petrarca e Montale e che da loro ha preso il nome di Golfo dei Poeti, cioè quel tratti che da Lerici arriva fino a Portovenere abbracciando tra due promontori spiagge, coste frastagliate, mare azzurro, antichi borghi e natura selvaggia.
Il nostro viaggio di appena due giorni e mezzo inizia proprio da qui, da Porto Venere, luogo il cui fascino è già racchiuso nel nome.

Già citato, a partire da II secolo dC, come stazione navale romana per le rotte della Gallia e della Spagna, Porto Venere si offre al turista con i suoi scorci caratteristici e pittoreschi, con le case strette le une alle altre, dai colori suggestivi. Di fronte alla meravigliosa cittadina medievale, il piccolo arcipelago di Tino, Tinetto e Palmaria, dove, oltre ad un grandioso patrimonio paesaggistico e geologico, si possono ammirare i resti di numerosi e antichi monasteri paleocristiani.

La Chiesina di San Pietro, arroccata sulla roccia del promontorio è meta di coppie è che vogliono celebrarvi il loro matrimonio. Costruita dai Genovesi sulle vestigia di una chiesa paleocristiana, fu coinvolta nelle vicende storiche della cittadina e fu restaurata tra 1929 e il 1934.
Nella parte alta del paese si trova la Chiesa di San Lorenzo, eretta dai Genovesi quale cattedrale ufficiale della colonia. Essa fu costruita dai famosi Magistri Antelami con facciata romanica ma, nel corso dei secoli, fu più volte modificata nelle sue strutture a causa delle travagliate vicende storiche di Porto Venere.
Il borgo di Porto Venere è sovrastato dal Castello Doria, che s’innalza con la sua poderosa struttura e che rappresenta un mirabile modello d’architettura militare genovese che, dopo i fasti medievali, conobbe il declino quando, con il perfezionarsi delle armi da fuoco a lunga gittata la sua posizione arroccata, non ne garantì più l’invulnerabilità.

E dopo una lunga affascinante immersione tra cultura, natura e architettura, ci dedichiamo a un’altra arte, qui molto sviluppata, quella delle trofie al pesto e delle tagliatelle alla farina di castagne condite con funghi, cavoli patate, fagioli, e ceci, accompagnate dalla torta di riso con funghi secchi, un’altro piatto tipico di queste terre.
Il tutto bagnato dai vini che nascono sui terrazzamenti tipici di queste zone, duramente lavorati dall’uomo. È qui che, dalla vinificazione separata delle uve provenienti da alcune zone storiche nascono i vini delle “Coste”: Costa de Campu di Manarola, Costa de Sera di Riomaggiore, Costa dá Posa di Volastra.

Creta, terra di libertà, antichità e… buona cucina – parte 2

Ogni viaggio è legato a colori, profumi, atmosfere che lo rendono unico. Ogni viaggio è legato a un gusto, a dei sapori e a degli odori che lo rendono indimenticabile. Raccontaci il tuo viaggio, accompagnandoci alla scoperta della cucina di posti vicini, insoliti o di mete lontane e delle rivelazioni enogastronomiche più curiose e golose.È un modo per scambiarsi consigli, curiosità e idee tra appassionati del buon vino e del buon cibo! E, perché no, lo spunto per un prossimo viaggio!

creta

Riprendiamo il nostro viaggio alla scoperta di Creta, anche perché è arrivato il momento di sedersi a tavola e gustare i sapori e i profumi di questa terra 

Attraversare le catene montuose dell’entroterra non è comodissimo: le strade sono piccole e, spesso, segnate solo in greco. Ci fermiamo in un paesino sperduto, Keratokampos.

Qualcosa ci dice che per gustare la vera cucina del posto è lì che dobbiamo sostare… Entriamo in una taverna in cui non dovremo subire i compromessi della famigerata “cucina internazionale”. Dolmàdes (foglie di vite ripiene di riso) e Moussaka (il piatto unico più tradizionale della Grecia, a base di melanzane, besciamella, patate e ragù di agnello) hanno tutto il sapore del Mediterraneo, fatto di spezie, olio di oliva e il gusto aspro e intenso della feta (un tipico formaggio di capra).

Ma per noi la vera scoperta è il vino tipico del luogo, la retsina. È il vino più particolare che abbiamo mai assaggiato e, se lo si odorasse bendati, sarebbe difficile indovinare che è vino. La retsina è un vino bianco secco dal particolare gusto di resina, che al palato risulta vagamente oleoso e dalla buona acidità e persistenza, mentre il bicchiere sprigiona un inaspettato aroma di resina, canfora e profumo di vino.

In un idioma nuovo, inventato al momento, che mischia inglese, francese e italiano, apprendiamo che la retsina è un vino nato nell’antichità, quando i Greci impararono che l’aria era il nemico principale del vino e iniziarono ad usare la resina del pino per sigillare la parte superiore delle anfore in cui veniva immagazzinato e spedito. La aggiunsero persino al vino di modo che formasse una pellicola protettiva fra esso e l’aria. Tale resina ancora viene aggiunta al mosto. In realtà, a oggi, pare che la retsina sia più che altro un vino per turisti che per i locali, visto la sua estrema particolarità per cui non è un vino facile da bere. Anzi. O lo si ama, o lo si odia. Infatti più tardi, a casa, è stato inutile cercare di condividerne due bottiglie tra amici… abbiamo dovuto finirlo da soli…

Con la pancia piena affrontiamo lo sforzo (a piedi, perché non vi sono strade) di raggiungere la spiaggia del sud che si estende, deserta, per chilometri e chilometri. Al nostro viaggio da novelli Crusoe mancano ancora due tappe. Con un battello da Ierapétra, la città europea più meridionale e dall’aria turca, raggiungiamo l’isola di Chrissi, davvero deserta (neppure un bar), meta degli amanti di un turismo selvaggio, con i suoi meandri battuti da un vento fortissimo e la vegetazione dominante e capricciosa. Ogni viaggio ha una fine e il nostro si conclude a Matala, con le sue grotte, che si affacciano su un mare cristallino, scavate nella roccia della sua idilliaca baia, sepolcri dei primi cristiani e, poi, rifugio di pescatori e, proverbialmente, di hippy negli anni Sessanta.
È qui, in questa baia magica, che ci gustiamo ancora la cucina cretese, iniziando con una Salata Koriatiki, la famosa insalata greca costituita da pomodori, cetrioli, feta, olive nere e cipolle, condita con una salsa a base di cetrioli e aglio chiamata Tzatziki, per poi passare in rassegna i piatti tipici di mare: gli Chtapodi, polipetti cucinati alla griglia, i Kalamarakia, ovvero calamari fritti o grigliati e la Barbunia, la triglia cucinata in diverse maniere. Stavolta concludiamo in bellezza con due diversi digestivi del posto: il Raki, una specie di grappa ad alto contenuto alcolico prodotta in modo naturale, e l’Ouzo, una bevanda a base di anice, che viene allungata con acqua.

Creta, terra di libertà, antichità e… buona cucina – parte 1

Si avvicina il tempo delle vacanze estive, dei profumi di olii e di creme solari e di voglia di scoprire nuovi orizzonti e, perché no, sapori e gusti nuovi che ci raccontano di una terra in parte ancora selvaggia e dalla sua storia antichissima. Andiamo a Creta, a rivivere le suggestioni di un viaggio di fine estate 2009, che può diventare itinerario per qualche prossimo viaggiatore… 

 

creta

Terra di libertà. Alla ricerca disperata del progresso. Terra di antichità. Che tenta di nascondere le sue pietre obsolete sotto luccicanti alberghi per turisti. Terra di pastori, che credevano bastassero l’entrata della Grecia nell’Ue (1981) e l’adozione dell’euro (2001) per vedere arrivare anche da loro tecnologia e ricchezza. Che poi è vero. Lentamente, ma è quello che sta per accadere.

Creta: 8331 chilometri quadrato di montagne aspre e poche piane che sanno di siccità.

Il nostro viaggio si svolge prevalentemente a est, per il tempo di una settimana. Quello meteorologico, a settembre 2009, è scaldato da un solleone africano, ma senza umidità e, soprattutto, spazzato da forti venti di grecale e scirocco, che promettono di non permettere a questa terra, per quanto faccia, di rinunciare al suo volto selvaggio.

La nostra base è un albergo a Hersonissos, tra Iraklio e Malia, una specie di Rimini sulla costa nord-est. Questo tratto di costa è diventato lo specchietto per le allodole di turisti in cerca di villaggi all-inclusive, da cui non serve uscire.

Noi, invece, scegliamo di vedere. Così prenotiamo una macchina (contrattando, sempre). Si comincia con i dintorni. Da Iraklio, fin dove è arrivato il Serenissimo Leone di San Marco (nel XIII secolo), lasciando a ricordo la splendida fortificazione del Porto Vecchio e la chiesa bizantina di Agios Titos, che sa di moschea dimenticata nel cantiere aperto del centro.

A valere da solo il viaggio è il Museo Archeologico, testimone di una civiltà, quella minoica, altamente sofisticata, esistente più di 3 mila anni fa (da segnalare i famosi affreschi di Cnosso e il disco d’argilla di Festo, ancora indecigfrato).

Anticamente porto di Cnosso, da Iraklio andiamo proprio qui, al mitico palazzo del re Minosse – e del leggendario Minotauro imprigionato nel labirinto -, riportato alla luce all’inizio del ‘900 da Sir Arthur Evans che, con molte concessioni alla fantasia, lo ricostruì parzialmente. Decisione discutibile, ma che permette al visitatore di farsi un’idea dell’insediamento minoico e che ha reso il palazzo il sito archeologico più importante dell’isola, seguito da Festo e Gortys.

Maciniamo chilometri e chilometri fino alla splendida baia di Vai, sull’estrema punta nord-est, unico palmeto naturale europeo affacciato su un mare blu

Purtroppo la meta è già abbastanza turistica e… viriamo a sud. Attraversare le catene montuose dell’entroterra non è comodissimo: le strade sono piccole e, spesso, segnate solo in greco. Ci fermiamo in un paesino sperduto, Keratokampos.

Qualcosa ci dice che per gustare la vera cucina del posto è lì che dobbiamo sostare…